L’Ape aziendale, che favorisce l’uscita anticipata dal mondo del lavoro lasciando alle imprese i costi dell’anticipo.
Come funziona? Chi ne ha diritto? Conviene rispetto ad altre formule?

Cos’è l’Ape aziendale

Come con l’Ape volontario, con l’Ape aziendale si può anticipare la pensione di 3 anni e 7 mesi rispetto ai requisiti normalmente richiesti.

Tuttavia non è aperto a tutti, ma solo ai lavoratori in esubero nell’ambito di una ristrutturazione o di una crisi aziendale.

In pratica, nelle situazioni critiche per le aziende in cui è necessario ridurre il personale, chi è vicino all’età della pensione può anticipare l’uscita dal mondo del lavoro con questa formula.

Quali sono i requisiti per accedere all’Ape aziendale?

Per accedere a questa forma di anticipo bisogna aver compiuto i 63 anni ed avere versato contributi per almeno 20 anni.  Serve inoltre che la pensione sia pari almeno a 1,4 volte il minimo (circa 700 euro lordi).

Accedere all’Ape consente di ricevere in anticipo solo una parte, per quanto consistente, della pensione: si può fare richiesta fino ad un massimo del 95% del vitalizio. Lavoratore ed impresa possono anche accordarsi per l’erogazione di una percentuale anche più bassa, in modo da permettere al primo di ridurre le rate di restituzione del prestito e alla seconda di non sostenere tutti i costi.

Chi paga i costi dell’Ape aziendale?

L’Ape comporta una penalizzazione sulla pensione legata alla restituzione del prestito in rate per un arco di 20 anni, con una trattenuta sulla pensione Inps; ci sono poi i costi del prestito bancario (i tassi d’interesse) e l’assicurazione che è obbligatorio sottoscrivere. Si calcola chela rata di rimborso del prestito comporti un taglio di circa il 5% per ogni anno di anticipo

Tuttavia, rispetto all’Ape volontaria, i costi sono a carico dell’azienda, che versa all’Inps un contributo che produce un aumento della pensione tale da compensare gli oneri relativi alla concessione dell’anticipo.

Sostanzialmente, il gap tra la pensione intera e quella gravata dai costi dell’anticipo è colmato dall’azienda. Ecco perché alla base dell’Ape aziendale ci deve essere un accordo tra dipendente e datore di lavoro.

Il livello minimo di contribuzione da parte delle aziende è pari al 33% dell’imponibile delle ultime 52 settimane di lavoro.  Per cui, se un dipendente ha un reddito annuo di 30 mila euro e decide di ritirarsi con anno di anticipo, il suo datore dovrà versare il 33% di 30.000 (9.900 euro); per due anni di anticipo, 19.800, per 3 anni e 7 mesi circa 36.000 euro.  Questi contributi aumenteranno la pensione del dipendente: l’incremento andrà a coprire la perdita causata dall’anticipo.

Quali sono le differenze con l’esodo previsto dalla legge Fornero?

Di fatto, l’Ape aziendale si configura come strumento per le aziende in difficoltà che possono “alleggerire” la spesa del personale.
Più o meno lo stesso obiettivo dell’esodo Fornero (o “isopensione”), introdotto dalla Legge n. 92/2012.

Quanto ai requisiti, in entrambi i casi ci sono dei limiti. L’esodo può essere utilizzato solo dalle imprese con almeno 15 dipendenti e per i lavoratori che raggiungono l’età di pensionamento nei quattro anni successivi al versamento della prestazione. L’Ape aziendale, come già visto, ha restrizioni di reddito.

Con l’esodo, il datore paga al lavoratore il normale importo della pensione fino al raggiungimento dei requisiti minimi per l’effettivo pensionamento. Per un’azienda in crisi che deve ridurre le spese del personale è più conveniente versare il contributo richiesto dall’Ape aziendale piuttosto che una pensione intera.

Per il lavoratore, la pensione anticipata Fornero è più vantaggiosa, perché l‘Ape non paga la tredicesima: con l’esodo si ottengono quindi 13 mensilità, contro le 12 dell’Ape. Inoltre, con quest’ultimo si può accedere solo ad una percentuale della pensione a copertura degli anni anticipati, mentre con l’esodo viene corrisposto il vitalizio per intero.

In sintesi, per il lavoratore è più conveniente l’esodo, per l’azienda l’Ape aziendale.